Menu Chiudi

Riflessioni sulla Shoah partendo dalla Kristallnacht

Stefano Iori e Giorgio Colombo - Kristallnacht

Il 27 gennaio 2020, Mantova Poesia – Festival Internazionale Virgilio, in collaborazione con gli organizzatori della rassegna Alla fine dei conti (Riflessioni sulle vita e sulla morte), ha proposto  in occasione del Giorno della Memoria, l’incontro dal titolo Kristallnacht, l’inizio della tempesta. Protagonisti dell’evento sono stati Stefano Iori, direttore artistico di Mantova Poesia e Giorgio Colombo, cugino di Primo Levi. L’evento si è svolto presso la Casa del Mantegna.

Di seguito la relazione di Stefano Iori con le integrazioni proposte da Carla Villagrossi.

Storia, riflessioni, ma anche letteratura e poesia.

L’eliminazione di circa i due terzi degli ebrei d’Europa venne organizzata e portata a termine dalla Germania nazista mediante un complesso apparato amministrativo, economico e militare che coinvolse gran parte delle strutture di potere del regime, con uno sviluppo progressivo che ebbe le sue prime avvisaglie già all’inizio degli anni Trenta del secolo scorso.

Tale azione proseguì, estendendosi a tutta l’Europa occupata dal Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale. Il processo culminò, dal 1941, con lo sterminio di massa da parte di reparti speciali, in strutture di annientamento appositamente predisposte (i campi di sterminio), in cui venne attuata, con metodo e allucinante precisione, quella che i nazisti denominarono soluzione finale della questione ebraica, e non solo ebraica, poiché anche rom, omosessuali, altri gruppi non ariani, soprattutto slavi, compresi 3 milioni di prigionieri russi, e poi disabili e dissidenti politici dovevano “scomparire”.    

L’annientamento degli ebrei nei centri di sterminio non trova nella storia esempi cui possa essere paragonato, per le sue dimensioni e per le caratteristiche organizzative e tecniche dispiegate dalla macchina di distruzione nazista. Furono oltre 14 milioni le vittime dello sterminio, tra cui 6 milioni di ebrei.

Oggi, Giornata della Memoria 2020, vogliamo proporvi una serie di riflessioni legate ai fatti che precedettero la Shoah. E lo faremo concentrandoci su quanto accadde nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1938, quando ebbe luogo il più violento pogrom che fino ad allora si fosse verificato nel Terzo Reich: la Kristallnacht, ovvero la ‘Notte dei cristalli’.

Si trattò di una sommossa popolare, pilotata dal nazismo, che comportò l’attacco massivo e sistematico alle proprietà e ai luoghi di culto della comunità giudaica. L’azione dilagò dalla Germania all’Austria, sino alla regione dei Sudeti, da poco occupata dalle truppe di Hitler.

Le prime notizie relative alla Kristallnacht parlavano di 171 case incendiate, di 815 botteghe devastate e saccheggiate, di sinagoghe bruciate ovunque. La vera entità dell’aggressione, che segnò la prima accentuazione della pressione terroristica e intimidatoria contro gli ebrei, fu resa nota al processo di Norimberga del 1946.

Dal protocollo stenografico di una riunione dei ministri del Reich, avvenuta il 12 novembre, si poté apprendere che 7.500 negozi furono distrutti, 101 sinagoghe vennero date alla fiamme e altre 76 furono devastate. Trentasei ebrei vennero brutalmente uccisi, altrettanti feriti  in modo grave: complessivamente, ne furono arrestati ventimila. Si verificarono anche casi di stupro. Le cifre, in ogni caso, restano controverse. Alcune fonti, indicano in 267 il numero dei templi assaltati, e portano a oltre 100 l’entità totale delle vittime, tenendo anche conto dell’estensione del pogrom oltre i confini della Germania.

Il regime di Hitler dichiarò che si era trattato di un’esplosione spontanea di collera popolare, dopo che, a Parigi, un ebreo tedesco diciassettenne, Herschel Grynszpan, attentò, con successo, alla vita del terzo segretario dell’ambasciata del Reich in Francia, Ernst von Rath.

In realtà, il regista e l’organizzatore delle violenze, aizzate e dilagate su precisi ordini scritti, fu Reinhard Heydrich, il numero due di Heinrich Himmler alla guida delle SS e degli apparati di sicurezza e polizia.

Il ministro della Propaganda, Joseph Goebbels, descrive nel suo diario, con rivoltante compiacimento, la vera dinamica della reazione seguita all’assassinio del diplomatico nazista a Parigi: «Sottopongo la faccenda al Führer. Lui decreta: lasciare libero sfogo alle manifestazioni. Richiamare la polizia. Che una volta tanto gli ebrei sappiano cosa è la rabbia popolare. Giusto. Trasmetto subito le necessarie direttive alla polizia e al partito. Adesso il popolo agirà. Ne parlo brevemente alla dirigenza del partito. Applausi  scroscianti. Tutti si precipitano ai telefoni» per avviare l’operazione che fu poi definita Notte dei Cristalli.

Goebbels racconta anche di aver visto «rosseggiare», all’orizzonte, nelle tenebre della notte, la sinagoga berlinese di Fasanenstrasse.

La Kristallnacht fu il segnale tremendo del fatto che il Reich aveva imboccato il tunnel della politica più odiosa e selvaggia nei confronti della minoranza israelitica.

Il maresciallo Hermann Göring, da parte sua, intervenì chiedendo che agli ebrei fossero interdetti i teatri e i cinematografi, e che non potessero condividere con i tedeschi ‘ariani’ neppure i luoghi di villeggiatura, gli ospedali e persino i giardini pubblici.

Quando si pose il problema di chi dovesse pagare i 25 milioni di marchi di danni causati dal pogrom di Stato, ovvero la Kristallnacht, le società di assicurazione bussarono alla porta delle autorità. Se, infatti, le compagnie avessero dovuto indennizzare l’intero importo (per i soli cristalli delle vetrine infrante, si quantificava una cifra di 5 milioni di marchi), sarebbero state trascinate al fallimento.

Göring suggerì un’abominevole soluzione: le assicurazioni avrebbero dovuto pagare agli ebrei tutte le somme dovute, ma queste sarebbero state confiscate dallo Stato e le compagnie rimborsate di parte delle loro perdite. Göring stesso sentenziò, mentre in tutta la Germania i roghi erano stati appena spenti, che i «nemici del popolo tedesco» dovessero versare, per i loro «crimini», un contributo di un miliardo di marchi. Tale inasprimento persecutorio, prettamente finanziario, era in linea con quanto Hitler aveva illustrato, nel suo Mein Kampf, vero distillato di delirio antisemita, e fonte di una predicazione che non risparmiò, in primis, alcuna famiglia tedesca di origine ebrea.

Le premesse giuridiche di tale inasprimento della politica razziale, erano state poste, il 15 settembre 1935, con l’approvazione, da parte del Reichstag, delle cosiddette ‘leggi di Norimberga’. Tali normative privavano gli ebrei della piena condizione di cittadinanza germanica, in quanto ritenuti appartenenti a una razza inferiore, perdendo in tal modo anche i diritti politici riservati ai soli ariani tedeschi, forti del privilegio di sangue.

Le leggi di Norimberga, inoltre, vietavano i matrimoni tra gli ebrei e i soggetti di sangue tedesco e, retroattivamente, dichiaravano nulli quelli già contratti anche all’estero; proibivano persino i rapporti sessuali extramatrimoniali tra ariani e non ariani.

La barbarie della Notte dei cristalli e tutto quanto ne seguì nel giro di poche settimane, sconvolse e indignò l’opinione pubblica statunitense. L’ambasciatore americano a Berlino, Hugh Wilson, venne richiamato a Washington, dal presidente Roosevelt e non tornò più in Germania. Il rappresentante del Terzo Reich nella capitale americana, Hans Dieckhoff, rientrò a Berlino, lasciando vacante la sede.

Le élite dirigenti delle potenze democratiche europee si mostrarono invece del tutto inerti di fronte alla mostruosa gravità di quanto era accaduto: in Francia e in Inghilterra, i rispettivi governi erano ancora avvinti dalle pie illusioni di una pace durevole, dopo la Conferenza di Monaco del 29 e 30 settembre 1938 (due mesi prima della Kristallnacht), il cui “vincitore” fu di fatto Hitler. In Inghilterra e Francia Chamberlain e Daladier si felicitarono per un accordo che, secondo loro, scongiurava la guerra in Europa. Mussolini, dal canto suo, riuscì nell’intento di ritardare un conflitto che avrebbe trovato impreparate le forze militari italiane. La Germania s’impegnò a non avanzare ulteriori pretese nei confronti della Cecoslovacchia, cioè di non invadere le regioni di lingua slava.

Tra le poche voci critiche, si alzò quella di Winston Churchill il quale sostenne, in un discorso polemico tenuto davanti alla Camera dei Comuni il 5 ottobre 1938, che non si stava profilando la fine di un incubo, ma l’inizio. Rivolgendosi a Chamberlain, lo statista dichiarò: «Dovevate scegliere tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore e avrete la guerra».

Nello stesso autunno del ’38, ebbero inizio le deportazioni di massa: il lager di Buchenwald, vicino a Weimar, accolse le prime migliaia di ebrei. Era iniziata la corsa verso l’abisso.

Superficialità, indifferenza, qualunquismo, mancanza assoluta di lungimiranza, insipienza. L’Europa fu assente. Non venne posto rimedio alcuno al declino del continente che la Kristallnacht preannunciava così nitidamente.

Alcuni mesi dopo, il 13 marzo 1939, le paure di Churchill sull’ulteriore espansione del Terzo Reich si concretizzarono: le truppe tedesche entrarono a Praga, annettendo il resto della Boemia e della Moravia, territori slavi che vennero trasformati in un protettorato tedesco. A Est, fu creato un regime-fantoccio in Slovacchia. L’accordo di Monaco era spezzato: quasi tutta la Cecoslovacchia si trovava sotto il controllo di Hitler, anche se nessuna reazione immediata venne da Francia o Regno Unito. Di lì a poco sarebbe scoppiata la seconda guerra mondiale.

Torniamo al 1938. In sintesi, solo gli Stati Uniti d’America si mostrarono in pieno disaccordo con la Germania dopo la notizia della Notte dei Cristalli. L’Europa fu complice. Una forte vena antisemita si manifestò successivamente in Francia e nei paesi dell’Est europeo. Sempre nel 1938 l’Italia approvò le leggi razziali. Mussolini le preannunciò in un comizio a Trieste il 18 settembre di quell’anno.

Tutto era pronto per dare il via alla Shoah, ovvero, letteralmente, la tempesta devastante che piombò sugli ebrei di tutta l’Europa.

L’indifferenza colpevole di governi e popoli interi (quello tedesco in testa) fu carburante per la Shoah, come sottolinea Zigmunt Bauman nel suo libro Modernità e Olocausto del 1989.

Furono lasciati fare gli artefici dell’Olocausto. Non essendovi alcuna valida reazione i carnefici diretti non trovarono di fatto oppositori e non dovettero subire alcun contraddittorio ufficiale. Seguirono gli ordini, passivi, quasi ottenebrati, forse per mettere la sordina alla voce della propria coscienza. Solo dopo, quando tutto finì, l’urlo delle coscienze singolari si fece sentire. Prima, il silenzio.

Vengo ora alla posizione della popolazione ebraica.

Non era certo possibile non accorgersi di quanto stava montando a livello politico, sociale e militare. Perché, allora, solo una minoranza di ebrei, intuendo il disastro vicino, si mise in salvo prima della stretta del nazismo?

Lettura di Carla Villagrossi tratta da Arthur Miller: Vetri rotti, opera teatrale pubblicata nel 1994.

“Questo Adolf Hitler lo trovo molto inquietante. Lo hai seguito sui giornali?

È una settimana che sfasciano i negozi degli ebrei a Berlino.

Molto inquietante. Costringono vecchi a pulire i marciapiedi con degli spazzolini da denti. Nient’altro che dei teppisti in divisa.

Semplicemente non riesco a immaginarmi quella gente lì che invade l’Austria, e che ora dicono tocca alla Cecoslovacchia, e poi alla Polonia … Però a quanto pare la Germania è caduta nelle mani dei fanatici, e quelli si sa, possono essere brutali.

Nessuno riesce a trovare nessuna spiegazione fisica per la mia incapacità. E’ quasi sicuramente una condizione psicologica. Sono insensibile, non sento niente alle gambe.

Paralisi isterica potrebbe essere. Isteria non significa fare urli e strilli…isteria viene dalla parola greca che vuol dire grembo perché si credeva fosse un sintomo femminile, ma non è così. Persone che raggiungono un sufficiente livello di ansia e di paura possono immaginarsi di essere diventate per esempio cieche o sorde … e non ci vedono e non ci sentono più davvero. Durante la guerra la chiamano psicosi traumatica da bombardamento….

Una donna come me: forte, piena di salute, che non ha nessun disturbo fisico, tutta a un tratto non si regge più in piedi. Perché?

È successo qualcosa quando hanno cominciato a mettere sul giornale tutte le fotografie, di queste imprese dei nazisti. Mi sono messa a fissarle …

Così le gambe sono diventate di burro. Non riuscivo a stare in piedi. Continuavo a cadere qua e là come una bambola di stracci.

Fanno inginocchiare i vecchi e gli fanno pulire i marciapiedi con gli spazzolini da denti. In Germania. I vecchi con la barba. Ti ricordi il nonno? I suoi occhiali con le stanghette ricurve. Uno dei vecchi del giornale era il suo ritratto sputato. Non riesco a farmelo uscire dalla testa. In ginocchio sul marciapiedi. Intorno in cerchio, 15-20 persone che ridono di loro. Nella foro 3 donne si tengono il colletto chiuso, segno che faceva freddo …

E’ su tutti i giornali, sfasciano i negozi degli ebrei, le strade sono coperte di vetri rotti ….. non dovrei più leggere il giornale?

Quelli stanno in Germania, come faccio ad avere così paura, c’è l’oceano di mezzo.

Ma io vedo le persone in quelle foto. Sono vive. Quando ho visto la foto sul Times, con quei due vecchi in ginocchio, ho sentito la folla che rideva, che li sbeffeggiava.

Ti racconto il mio incubo? Sono in una strada. Tutto è come grigio. Una folla fitta di gente da tutte le parti, ma tutti cercano me. Chi sono? Sono i tedeschi. Come quelli delle fotografie sui giornali. Io mi metto a scappare e tutta la folla mi insegue. Poi mentre sto per sottrarmi svoltando un angolo un uomo mi acchiappa e mi butta a terra, mi sale sopra comincia a baciarmi e poi comincia a tagliarmi un seno ….

mi sento come se stessi perdendo ogni cosa, sono lacerata in tanti pezzi.

Ma i tedeschi erano brave persone, come hanno fatto a cambiare così. La musica, la letteratura tedesche sono tra le più grandi nel mondo, è impossibile che quella gente si trasformi in tanti teppisti.

Come è possibile che persone tanto carine prendono gli ebrei dalla strada in mezzo a una città, così, senza che nessuno li fermi …. ?

Ma perché non scappano all’estero?

Sfondano le finestre e picchiano i bambini. Se li ammazzano i bambini? Dov’è Roosevelt? Dov’è l’Inghilterra?

Qualcuno faccia qualche cosa prima che uccidano tutti

Nessuno ne vuol parlare sul serio, nemmeno parlare del fatto che siamo ebrei.

Non ci distruggeranno mai. Quando morirà l’ultimo ebreo si spegnerà l’ultima luce del mondo. I tedeschi stanno sparando contro il sole

Perché è tanto difficile essere ebreo? Ebreo Ebreo Ebreo Ebreo Ebreo”.

 

Il testo è liberamente tratto dalla pièce teatrale “Vetri rotti” di Arthur Miller, scritta alla soglia dei suoi 80 anni. Il racconto è ambientato a Brooklyn nel novembre del 1938: Sylvia, ebrea, casalinga viene improvvisamente colpita da una strana paralisi agli arti inferiori di natura psicosomatica, ferita e ossessionata dalle notizie delle persecuzioni dei nazisti contro gli ebrei in Germania., Miller torna indietro nel tempo alla ricerca delle proprie sensazioni e percezioni di allora in un ambiente (Brooklyn) isolato, provinciale, soddisfatto della  mediocrità della vita quotidiana. Sylvia rappresenta la paralisi dell’Occidente, impotente davanti all’esplosione della violenza e del Male nazista.

 

La maggioranza degli ebrei, non solo si fece trovare impreparata alla Kristallnacht, che fu subita in pieno, ma non reagì nemmeno successivamente. Molti si nascosero, poco prima della fine, ma altro non fecero.  

Un’eccezione fu la rivolta del ghetto di Varsavia dell’aprile/maggio del 1943. I nazisti reagirono bruciando l’intero quartiere coi lanciafiamme e uccidendo almeno 13.000 persone. Gli ultimi 40.000 superstiti furono deportati. Almeno 400.000 ebrei del ghetto erano già stati mandati nei campi di sterminio prima della rivolta. Oggi, nella capitale polacca sono in piedi solo tre o quattro case del vecchio ghetto.

Ancora oggi molti si chiedono: perché gli ebrei europei in primis non compresero la portata di ciò che stava accadendo a partire dagli anni Trenta del secolo scorso?

In merito, per tentare una risposta, alcuni pensatori hanno considerato il sacrificio di Isacco, inteso come simbolo di rassegnazione: il figlio di Abramo non si oppose al proposito del padre cui D-o aveva richiesto la prova suprema.

Altri hanno evocato il concetto della  messirut nefesh, espressione ebraica che viene tradotta come “sacrificio di se stessi”. Tuttavia tale concetto va interpretato diversamente rispetto a ciò che appare, ovvero come abnegazione o devozione, ad esempio nel caso dell’assistenza a un malato, o per ogni altra forma di aiuto agli altri quando ciò diventi veramente impegnativo. In tal caso si tratta di un vero e proprio “comunicare vitalità”, “trasmettere forza ed energia”.

Nessun spirito autodistruttivo, dunque, nell’uno e nell’altro caso.

Anzi, diffido da chi avanza queste ipotesi, come se il soffrire o il morire fossero nel “destino” del popolo ebreo.

Ma c’è un altro elemento che intendo sottoporre alla vostra attenzione.

Una interessante spiegazione all’atteggiamento degli ebrei la offre Rav Simon Jacobson, nel suo libro Sixteen Days: A Spiritual Guide to the High Holidays, edito da The Meaningful Life Center, 2013. E lo fa partendo da un preciso insegnamento di Yisrāēl ben Ĕlīezer, rabbino e mistico polacco, che visse fra il 1698 e il 1760 e che viene considerato il fondatore del moderno chassidismo, movimento che mirava alla fusione fra mistica ed ethos.

Yisrāēl ben Ĕlīezer, detto Bà’al Shem Tov, ovvero Maestro del Nome di Dio, insegnava che “ogni cosa che noi vediamo, che sia buona o cattiva, è in realtà un riflesso di noi stessi. Se così non fosse, non la riconosceremmo così chiaramente”.

“Molti di noi – spiega Jacobson citando il Bà’al Shem Tov – trovano difficile sentire dagli altri che abbiamo dei difetti che noi stessi non ci riconosciamo. Perciò, D-o ci offre la possibilità di confrontarci con una persona che ha lo stesso nostro difetto. Noi lo vediamo e diciamo: È  terribile!. D’altra parte, questo ci accade perché abbiamo lo stesso difetto, anche se, forse, in forma diversa”.

Lo stesso vale per le cose positive. Noi riconosciamo negli altri gli aspetti positivi perché anche noi li possediamo. Se non avessimo nessuna di queste caratteristiche, non potremmo riconoscerle.

In altre parole, predicava il padre del chassidismo: “Tu sei quello che vedi e vedi quello che sei”.

Partendo da tale presupposto Rav Simon Jacobson sostiene che molti ebrei vissuti in Germania negli anni ’30 non sono stati in grado di riconoscere la malvagità che si annidava nel popolo tedesco, perché essi non avevano il male in se stessi. Non avrebbero mai potuto concepire che qualcuno potesse ucciderli a sangue freddo.

“Se si è incapaci di commettere un crimine, ci è impossibile immaginare che qualcuno ne abbia la capacità. Ci sono atrocità che non possiamo nemmeno capire, perché noi non saremmo in grado di commetterle. In questo modo, non crediamo che sia possibile essere così, perché ciò non fa parte della nostra esperienza”.

Jacobson, in buona sostanza afferma che gli ebrei non potevano avvedersi chiaramente di ciò che i nazisti stavano architettando per distruggerli.

Così si trovarono assolutamente spiazzati, intimamente e culturalmente, precipitarono in una dimensione di assoluta fragilità da un giorno all’altro. Vennero isolati dal resto della popolazione e divisi tra di loro. I loro libri vennero dati alle fiamme nel tentativo di spezzare i fili della cultura ebraica. Alla fine, seguendo il copione d’attacco di un branco di squali, i nazisti piombarono sulle prede inermi.

Il nazismo, complice l’indifferenza dei più, fu espressione deviante e nefasta della cosiddetta civiltà moderna, dell’industrializzazione, dello sviluppo della scienza, della  tecnica, ovvero il coacervo di ciechi interessi economici e di potere che diedero vita al nazismo stesso. 

L’eccezionalità e la mostruosità della Shoah sta nella sua modernità: nella burocrazia, nella impersonalità dei compiti assegnati e poi espletati (senza commento o riflessione), nell’alta tecnologia utilizzata (penso alle prime schede perforate utilizzate per le schedature – fornite dall’IBM), nell’enfasi sugli aspetti medici, tecnici e scientifici connessi allo sterminio. Alcuni studiosi sottolineano che un alto elemento si aggiunse: la ragionata, capillare distribuzione massiva tra le forze militari e la popolazione delle prime anfetamine che in Germania allora costavano meno di una scatola di aspirina ed erano liberamente vendute. Una forma diffusa di anestesia, fisica e morale. I nazisti furono veri, preparatissimi alchimisti applicati a un progetto nefando.

La Shoah fu, in negativo, una originale combinazione di fattori tipici delle società moderne e ciò non può che farci riflettere. Non può che allertare noi che viviamo in quella che è definita società iper-moderna, ove non è affatto escluso che qualcosa di simile si ripeta. Anche se con modalità differenti, le guerre a sfondo etnico e le eterne lotte razziali e interreligiose in Africa, nel Medio ed estremo Oriente, ci ricordano tragicamente l’attualità della Shoah intesa come metodica attuata dalla deriva dei cosiddetti poteri forti.

Dal punto di vista della popolazione, della gente, la chiusura nel privato (drogato dai social network), il disinteresse per la vita sociale, culturale e politica, oggi sempre più diffusi, sono fattori complici di tragedie contemporanee, complesse, articolate, spezzettate, travisate, che lievitano non lontano da noi. Se la superficialità vince, il Male ingrassa.

Per questo c’è la Giornata della Memoria. Non basta “non dimenticare”. Bisogna prendere atto e dare responsabile risposta. L’abbandono incosciente dei valori portanti della nostra civiltà (libertà, uguaglianza, solidarietà) e, d’altro canto, il dilagare di idee razziste e violente generate da sottocultura o povertà (di cui sono architetti proprio i cosiddetti poteri forti) possono oggi generare nuove forme di sofferenza diffusa. Quelle di cui siamo sempre più spesso spettatori. Bene, da spettatori, da consumatori della nostra pseudo-civiltà, dobbiamo diventare attori. Attori di pace e di umanità e quindi di nuova, vera civiltà. La Shoah non è un meccanismo irripetibile. È un meccanismo variabile, mimetico e mutante.

“Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria” scrisse Primo Levi

 

Per rendere omaggio a questo grande  scrittore e poeta (Torino 1919 – Torino 1987) – cugino di Giorgio Colombo, Carla Villagrossi conclude leggendo quella che forse è la poesia di Levi più famosa: dura, drammatica, un anatema contro chi volga il viso dall’orrore di cui l’uomo fu (ed è) capace. Faccio notare che sarà letta la versione originale e completa della poesia e sottolineo che online ne esistono versioni depurate degli ultimi tre versi: il buonismo, dunque, a volte è censura.

Se questo è un uomo di Primo Levi

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per un pezzo di pane
che muore per un sì o per un no.


Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa, andando per via,
coricandovi, alzandovi
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

 

Giorgio Colombo, torinese, cugino di Primo Levi, è laureato in filosofia e si occupa d’arte. Negli anni ’70 del secolo scorso è stato invitato dal Ministero degli Esteri a curare la cultura italiana in vari Paesi, a cominciare dall’Australia. È direttore editoriale dei Quaderni del Premio Acerbi. Scrive d’arte per il blog Odissea.

Stefano Iori, scrittore e giornalista mantovano è direttore artistico di Mantova Poesia – Festival Internazionale Virgilio e del Sirmio International Poetry Festival. Ha pubblicato quattro sillogi poetiche, un romanzo e vari saggi. Collabora con artisti italiani e stranieri nella produzione di libri d’artista. È direttore responsabile dei Quaderni del Premio Acerbi e della rivista Menabò.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *